Sentirsi cittadini in Italia.

Così Papa Francesco oggi all’Angelus: “Pagare le tasse è un atto dovuto per sentirsi cittadini”.

E come non essere d’accordo con il nostro grande Papa Francesco?

Però per sentirsi cittadini, e non sudditi da spolpare, sarebbe opportuno e giusto che i giovani non fossero disoccupati, che tante famiglie non vivessero alla soglia o al di sotto della povertà, che gli anziani avessero pensioni adeguate, che i lavoratori andassero in pensione non più tardi dei 62 anni di età come si addice in un Paese civile, che le persone avessero una tutela della salute come prevede la nostra Costituzione, che i politici avessero più responsabilità nel governare per il bene comune, che le tasse pagate dai cittadini contribuenti ritornassero a loro stessi sotto migliori servizi, per una scuola migliore ed in sicurezza, per una magistratura con più mezzi e più efficiente, ecc. ecc.

Spero che quanto prima Papa Francesco faccia, ad un prossimo Angelus, un bell’appello a chi rappresenta il popolo in tutte le istituzioni, affinché vengano realizzate, per sentirsi cittadini, tutte le cose suddette.

Grazie Papa Francesco!

PGS

San Giovanni in Fiore – Incidenti sul lavoro.

Il pericolo di infortuni e incidenti sul lavoro aumenta quando le persone che operano si ritrovano da sole, o perché il personale non è adeguato o sufficiente a svolgere determinati servizi.

Nella giornata di ieri, qui a San Giovanni in Fiore, un camion della raccolta differenziata ha rischiato, sfondando la ringhiera di protezione, di fare un volo da un muro di oltre sei metri di altezza. Fortunatamente si è evitata una tragedia. Grazie al tempestivo intervento dei VV. FF. il camion è stato subito recuperato e messo in sicurezza.

Pare che il conducente del mezzo fosse da solo a fare la raccolta differenziata e ad ogni porta dovesse arrestare il mezzo per poter scendere e raccogliere le apposite buste, ma ad un certo punto qualcosa non ha funzionato.

Se così fosse, auspichiamo che questo campanello di allarme sia sufficiente per poter far riflettere le istituzioni locali e la ditta che effettua il servizio di raccolta differenziata qui nel nostro paese. Paese con clima, conformazione territoriale e urbanistica particolari.

Noi del Meetup M5S SGF ci eravamo già posti alcuni interrogativi sentendo il dovere di condividere un post di Pietro Giovanni Spadafora, appena iniziata la raccolta differenziata, il quale aveva messo in evidenza alcune criticità con delle domande specifiche e serie sul nuovo servizio dei rifiuti.

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1745900438774511&id=107550559276182

Meetup M5S SGF

SGF – Politica

Fino a quando esisterà qualche stolto, e ve ne sono tanti in giro, che sostiene che si debba dare alla politica per ottenere in cambio chissà che cosa, questa nostra comunità non potrà mai aspirare ad un miglioramento economico, politico, sociale e culturale.

La logica politica del “do ut des”, in previsione di ricevere adeguato contraccambio, ci ha portato, negli ultimi decenni, in uno stato sociale in cui i diritti delle persone, delle famiglie e, soprattutto, dei giovani, si sono talmente ristretti che vi è uno spopolamento continuo sia della nostra comunità sangiovannese e sia, più in generale, di tutta la Calabria, nonché dell’Italia.

Fino a quando tanti sciocchi della vecchia partitocrazia non spariranno, mandandoli a casa, dalla scena politica locale e non solo, non vi potrà mai essere alcun cambiamento in questo nostro paese.

La vera politica nobile, con la P maiuscola, è quella di servire il popolo e di governare per il “bene comune”! È quella che non prevede contraccambi di sorta per il “particulare”!

PGS

SANITÀ San Giovanni in Fiore: nulla di nuovo sotto il sole.

Nel Consiglio Comunale del 13 ottobre scorso non è emerso alcunché di nuovo.

A parte la solita tiritera con qualche spiegazione in più, per i poco avveduti, da parte degli ospiti considerati grandi “esperti” nel campo sanitario, riteniamo che la loro partecipazione al Consiglio Comunale sulla sanità sangiovannese sia stata inutile e poco credibile. Riteniamo, invece, che sarebbe stata meglio e più utile la partecipazione del Commissario ad Acta. Almeno sarebbe stato un interlocutore più credibile, un interlocutore che avrebbe potuto assumere, visti, al momento, i suoi poteri in materia sanitaria, realmente qualche impegno. Impegno con nero su bianco. E non le solite promessine da marinaio, sulle parole.

Apprezziamo il discorso introduttivo del nostro Sindaco per il fatto che almeno si sia convinto ancora di più che qui la sanità è quasi inesistente, nonché per il fatto che il suo principale referente politico, al quale non smette un minuto di fare gli endorsement, per la sua capacità di offrire, sempre secondo il Sindaco, una sanità migliore, nulla può, o potrebbe fare, nel caso in cui dovesse essere incaricato di prendere in mano la gestione del rientro del debito della sanità pubblica calabrese.

Ma tutti noi sappiamo che il principale referente politico del nostro Sindaco se ne guarderebbe bene dal farlo, cioè dal prendere in mano le attuali condizioni della sanità pubblica calabrese. E tutti noi sappiamo che il principale referente politico del nostro Sindaco è contento, dal punto di vista del suo consenso e della sua politica, che le cose siano andate così.

Apprezziamo altresì la rabbia dell’unico e vero consigliere d’opposizione. Come non potremmo essere d’accordo con lui?

Riteniamo, poi, illusori, illogici, banali e poco credibili gli interventi e le richieste di alcuni consiglieri del PD circa le loro lotte, nonché le proposte di far ritornare alla politica, la loro politica, la gestione della sanità pubblica locale. Perché se è vero che qui, nella nostra San Giovanni in Fiore la sanità è nelle condizioni in cui è, in cui si trova oggi, è proprio per le loro inesistenti battaglie e per la loro pluridecennale miope e disastrosa politica sanitaria. Ma anche per le finte, e a seconda delle convenienze, battaglie sindacali.

Come si può illudere la comunità sangiovannese che la vecchia logica politica dei soliti partiti, e anche la vecchia, solita logica politica sindacale, responsabili, in toto, di tutta questa disastrosa gestione sanitaria, potrebbero risolvere i problemi del nostro nosocomio?

Tuttavia, infine, diciamo che non bisogna mollare per avere, qui nel nostro paese, una sanità pubblica civile, una sanità pubblica come si addice a una comunità montana come la nostra.

Si possono e si devono spezzare le cornici, le cornici della vecchia partitocrazia, del vecchio sindacato, per andare oltre.

E un modo per spezzare queste ristrette cornici sanitarie è quello di cambiare i governi nazionali e regionali dei partiti, nonché il modo di fare e di agire del vecchio sindacato che fin qui ci hanno distrutto e continuano ancora a distruggerci, con la complicità di quest’Europa della finanza, delle lobby e del fiscal compact. Governi, sindacati, Europa e fiscal compact, tutte istituzioni non certo per il cittadino, per il bene del cittadino e per i diritti del cittadino.

La nostra Costituzione è un ottimo documento! E malgrado questa partitocrazia, questa miope politica, questi partiti e questi sindacati lo straccino vergognosamente e quotidianamente sotto tantissimi aspetti, spetta ancora a noi, noi tutti cittadini italiani e sangiovannesi, fare in modo che il nostro diritto alla salute, proprio quello sancito dalla nostra ottima Costituzione, non rimanga lettera morta.

In questo senso non dobbiamo mollare, e la lotta, quella di tutta la comunità, di tutti noi cittadini sangiovannesi, senza distinzioni di bandiere e banderuole politiche e sindacali, deve continuare!

Meetup M5S SGF

 

Da leggere per riflettere!

DA LEGGERE PER RIFLETTERE, VISTO E CONSIDERATO QUELLO CHE OGGI STA SUCCEDENDO IN PARLAMENTO CON LA COMPLICITÀ DEL GOVERNO!

DEMOCRAZIA: il grande imbroglio dei partiti politici, dei suoi capibastone, adepti, affiliati e codazzi vari.

Molti cittadini sostengono che i partiti politici siano il sale della democrazia. Nulla di più falso. Anzi! I partiti politici hanno ucciso la democrazia.

Ma che cos’è, realmente, la democrazia?

Dal libro “Sudditi” di Massimo Fini

Democrazia significa, etimologicamente, “governo del popolo”. Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunché, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c’è qualcosa che fa sorgere nell’animo di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo.

A molti miei conoscenti, di buona cultura, quando ho posto la domanda quale fosse la caratteristica essenziale della democrazia, essi mi hanno dato le risposte più disparate: “il consenso”, “la libertà”, “l’uguaglianza”, “la rappresentanza”, “le elezioni”, “il criterio della maggioranza”, “il controllo sull’attività dei governati”. Si potrebbe andare avanti, per pagine e per decenni, ma non si troverebbe la regola base della democrazia liberale.

Anche fra gli addetti ai lavori, gli studiosi delle dottrine politiche, circolano svariate e quasi infinite definizioni. Però nessun elemento, preso di per sé, sembra esclusivo della democrazia e quindi abile a definirla.

Ma allora potrebbe essere il pluripartitismo la caratteristica essenziale della democrazia in quanto esso sarebbe il sale della democrazia? Niente affatto! Già negli anni Venti del Novecento, come sostengono illustri economisti, sociologi e filosofi, l’esistenza dei partiti non è contemplata da nessuna Costituzione democratica e liberale.

Oggi, pur avendo i partiti occupato ogni ambito del settore pubblico e anche parte di quello privato, la Costituzione italiana ne fa cenno in un solo, scarno, articolo per dire che: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost.). Ma questa possibilità di associarsi è diventata un obbligo cui non ci si può sottrarre senza condannarsi a una vita al margine. I partiti non sono l’essenza della democrazia, ne sono la fine.

In realtà nessuna democrazia rappresentativa è una democrazia, ma un sistema di minoranze organizzate che prevalgono sulla maggioranza dei cittadini singolarmente presi, soffocandoli, limitandone gravemente la libertà e tenendoli in una condizione di minorità. È un sistema di oligarchie come preferiscono chiamarle diversi studiosi e costituzionalisti.

Chi appartiene a queste oligarchie non ha qualità specifiche. La classe politica democratica è formata da persone che hanno come elemento di distinzione unicamente, e tautologicamente, quello di fare politica. La loro legittimazione è tutta interna al meccanismo politico che le ha prodotte. Sono i professionisti della politica, che vivono di politica e sulla politica.

La democrazia è innanzitutto e soprattutto un metodo per determinare la scelta dei governanti.

Infatti il voto del cittadino singolo, libero, non intruppato in gruppi, si diversifica e si disperde, proprio perché libero, laddove gli apparati dei partiti, facendo blocco, sono quelli che effettivamente decidono chi deve essere eletto. Il voto di opinione, cioè il voto veramente libero, non ha alcun peso rispetto al voto organizzato, facendolo diventare, in sostanza, un voto non più libero con il consenso truccato. Noi non scegliamo i candidati alle elezioni. Li scelgono i partiti, cioè le oligarchie. Il popolo che teoricamente e formalmente detiene la sovranità subisce quindi una serie di espropriazioni.

Questo enorme ceto medio si divide fra destra e sinistra con la stessa razionalità con cui si tifa Roma invece che Lazio, Milan o Inter. E quando il cosiddetto “popolo della sinistra” (o della destra) scende in piazza per festeggiare qualche vittoria elettorale, ballando, cantando, saltando, agitandosi, è particolarmente patetico perché i vantaggi che trae da quella vittoria sono puramente immaginari, o, nella migliore delle ipotesi, sentimentali, mentre i ricavi reali vanno non a quegli spettatori illusi ma a chi sta giocando la partita del potere.

Ad ogni tornata elettorale c’è un solo sconfitto sicuro, che non è la fazione che l’ha perduta ma proprio quel popolo festante insieme a quell’altro che è rimasto a casa a masticare amaro per le stesse ragionevoli ragioni per cui l’altro è sceso in piazza. Vinca il Milan o l’Inter è sempre lo spettatore a pagare lo spettacolo. Quanto ai giocatori, ai vincitori andrà certamente la parte più consistente del bottino, ma anche ai perdenti non mancheranno i premi di consolazione. Fra le oligarchie politiche esiste infatti, checché gridino il contrario, un tacito patto per non portare il gioco alle estreme conseguenze. Non conviene a nessuno. C’è tutta la vasta area del sottogoverno e del parastato che consente di ritagliare le giuste prebende per i perdenti, garantendosi così che alla tornata successiva, a parti invertite, sia ricambiato il favore. Per quanto in competizione per il potere le oligarchie politiche sono unite da un interesse comune che prevale su tutti gli altri: l’interesse di classe.

Quella politica, con i suoi addentellati, è in pratica la sola classe rimasta in piazza. Presa nel complesso è una nomenklatura, non molto diversa da quella sovietica, il cui obiettivo primario è l’autoconservazione, il mantenimento del potere e dei vantaggi che vi sono connessi. E il nemico mortale di un oligarca non è tanto un altro oligarca, col quale si può sempre trovare un accordo, perché si fa parte della stessa classe, si partecipa allo stesso gioco, ci si sbertuccia di giorno davanti agli schermi TV e si va a cena la sera, strizzandosi l’occhio, quasi increduli per aver fatto colpo alla ruota della Fortuna, ma è proprio il popolo di cui va vampirizzato e magari, una volta ogni cinque anni, anche pietito il consenso, ma che va tenuto a bada e a debita distanza dagli arcana del potere democratico, perché continui a credere, o almeno a fingere di credere, al gioco.

Niente di nuovo sotto il sole. La democrazia non è un regime diverso da altri. È solo una delle tante forme, forse la più subdola, che nella Storia ha preso il potere oligarchico. Quelli del mondo feudale si erano inventati i diritti di sangue, questi il consenso democratico.

San Giovanni in Fiore – I buoni e i cattivi.

Un concetto assai diffuso qui a San Giovanni in Fiore è quello in base al quale i cittadini che sui social network, e in genere sul web, scrivono, parlano e mettono in evidenza, sotto l’aspetto politico-amministrativo, le criticità, le carenze, le mancate risposte, i disservizi e l’assenza di progetti reali di sviluppo nella nostra comunità, vengono definiti negativi, non vedono le cose positive, non vedono quello che la politica fa e realizza. Insomma vengono tacciati di pensare male di tutto e di tutti.

Ora, a parte che in questa città, dal punto di vista politico si è sempre fatto poco o niente, e a meno che, in questo nostro paese, la rassegnazione generale, l’impotenza di tanti cittadini, la sprovvedutezza di molti e la paura di tanti, tutte situazioni e condizioni che producono un certo silenzio, non li si scambi per positività, per felicità, per condiscendenza a una data governance, allora si può essere anche d’accordo. Tutto va bene! Tutto è positivo!

A me pare che, però, senza voler attribuire colpe e responsabilità a qualcuno in particolare, ma certamente vi è una totale e indivisibile responsabilità politica e partitica, se si fa un’analisi più accurata della nostra comunità, le cose negative siano di più rispetto alle cose positive. Su una base di 10, mettiamo, pur essendo generoso, il rapporto è di 7 a 3.

Tantissimi vedono, osservano, analizzano, percepiscono, non condividendole, tante cose negative. Per paura, però, probabilmente, o anche per non disturbare i manovratori, o anche perché si accontentano di poco, o perché vengono ingannati, spesso inconsapevolmente, con un piatto di lenticchie, stanno zitti, non si espongono.

In tanti, diciamocelo pure, sono stati, e sono, beneficiari di una certa politica, mentre tanti altri sempre per paura, poi, di non poterne beneficiare in futuro, ancora ancorati alla logica della vecchia politica dei favori, non si esprimono su alcuna negatività. E malgrado la tocchino con mano, la vivano, la sentano sulla propria pelle quotidianamente e per varie ragioni, non parlano mai di negatività. Tutto, nel loro “ipocrita silenzio”, è positivo!

Ma c’è di più. Coloro che scrivono e mettono in evidenza le cose negative di questa nostra comunità, spesso e volentieri vengono tacciati come coloro che non amano la propria comunità, il proprio paese. Non pensano in positivo. Vengono tacciati di disfattismo, come coloro che non vogliono costruire, ma demolire, distruggere. Come quelli che non vogliono la pace sociale, ma come coloro che vogliono continuamente il conflitto sociale. Grande bugia! Falso! Non è sempre così!

Se dovessimo seguire questa logica dovremmo considerare come ottimi e buoni cittadini (che fanno “il bene”) tutti coloro che consapevoli e a conoscenza di gravi criticità si guardano bene dal segnalarle, dal denunciarle, dal parlarne e dallo scriverne. E dovremmo considerare come mascalzoni e cattivi (persone che fanno “il male”) quei pochi che hanno il coraggio civile di evidenziarle, di denunciarle, di parlarne e di scriverne.

Intendiamoci, da che mondo è mondo sono sempre esistiti i narcisisti, quelli che cercano visibilità e protagonismo nel raccontare le cose e le vicende di tutti i giorni, ma sta ai cittadini, ai lettori valutare con intelligenza. E tanti fanno bene a evidenziare e denunciare quello che in questa comunità non va!

Esistono due modi, o se vogliamo due tipi di comportamento, di amare la propria comunità: quello di dire, di raccontare e di scrivere, apertamente e senza paura, la verità sulle negatività, sulle criticità, sulle vergogne, sui mali e sulle miserie che patiamo, soffriamo e sopportiamo, e quello di non denunciare, di non scrivere, di non raccontare, ma di nascondere la realtà e la verità delle cose. Di nascondere ogni negatività, tutto quello che realmente non va, come si nasconde l’immondizia sotto il tappeto, sotto il “tappeto dell’ipocrisia”, negando criticità, sofferenze, patimenti, carenze, povertà, disservizi e vergogne.

Tra i due tipi di comportamento preferisco il primo.

Pietro Giovanni Spadafora

Due pezzi del grande Massimo Fini per capire quello che sta succedendo in Spagna e in Europa.

La piccola patria che Madrid vuole spegnere.

Nel 1975, a Helsinki, 35 Stati del mondo, fra cui la Spagna, sancirono il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’. Se questi accordi non sono solo delle astratte enunciazioni di principio destinate a non avere alcuna applicazione la Catalogna ha il pieno diritto di fare il suo referendum di indipendenza dalla Spagna.

L’intervento di Madrid per impedire il referendum che dovrebbe svolgersi il primo ottobre è brutale, violento e nella memoria dei catalani che hanno l’età per averla ha ricordato i metodi del regime franchista. Arresti di funzionari del governo catalano anche di altissimo livello come il braccio destro del vice presidente catalano, Josep Maria Jové, minaccia di arrestare lo stesso presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, sequestro delle schede elettorali, chiusura dei seggi. Ma i catalani non demordono: hanno fatto stampare un milione di nuove schede, hanno aperto nuovi seggi che però la polizia di Madrid ha circondato impedendone l’accesso. Molto dipende ora dall’atteggiamento della polizia catalana (Mossos d’Esquadra) il cui comandante Trapero si è rifiutato, almeno per ora, di sottomettersi alla Guardia Civil spagnola. Nel momento in cui scriviamo le manifestazioni degli indipendentisti sono state pacifiche, nella forma prevalentemente dei sit-in ma se si dovesse arrivare a uno scontro fra le due polizie si aprirebbe la strada in Spagna a una sanguinosa guerra civile, non diversa se non nelle proporzioni da quella che attraversò il Paese alla fine degli anni Trenta e che contrappose i nazionalisti di Francisco Franco ai repubblicani.

Nulla è immutabile nella vita degli uomini e delle loro organizzazioni. La Storia, e il Tempo che scorre con essa, non si ferma checché ne abbiano pensato tutti gli storicismi, da Hegel a Marx fino a quel epigono imbecille di Fukuyama. Nuovi Stati si formano, altri si disgregano, altri ancora scompaiono. Se così non fosse tutto il ‘mondo nuovo’ che si aprì agli occhi degli europei al tempo di Magellano sarebbe rimasto, per diktat del Papato, che allora aveva una grande influenza, diviso in due zone, l’una spagnola, l’altra portoghese. Ma così non è andata.

Fermiamoci però a tempi più vicini a noi. Dopo il collasso dell’Urss le ex Repubbliche sovietiche sono diventate degli Stati a tutti gli effetti (Estonia, Lituania, Lettonia, Georgia, Turkmenistan, Azerbaigian, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Armenia, Ucraina per nominarne solo alcuni), la Jugoslavia è scomparsa dalle mappe geografiche dividendosi in Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia, Montenegro, Kosovo, la Slovacchia si è staccata dalla Cechia, la Germania si è riunificata. A parte la Bosnia e in particolare il Kosovo dove c’è stato un pesante intervento militare degli americani per staccarlo, a loro uso e consumo, dalla madre patria serba, tutte queste separazioni, o riunificazioni, sono avvenute in modo sostanzialmente pacifico. A volte erano così naturali che non c’è nemmeno stato il bisogno di ricorrere a un referendum.

Attualmente bollono in pentola, oltre a quello catalano, l’indipendentismo basco, scozzese, corso e, se vogliamo, anche l’autonomismo Lombardo-Veneto.

Questi indipendentismi hanno raramente vere ragioni politiche ed economiche. Nascono piuttosto da pulsioni esistenziali. Sono il tentativo di recuperare le proprie radici, un’identità perduta, di sfuggire in qualche modo a quella standardizzazione e a quella omologazione che la globalizzazione ha esasperato. E più si stringe il cerchio della globalizzazione, più entreranno in azione le controspinte indipendentiste.

E’ il sogno delle ‘piccole patrie’ che è venuto prepotentemente alla ribalta, o perlomeno alla coscienza dell’opinione pubblica italiana, ai tempi della prima Lega.

Alla luce degli accordi di Helsinki è un ‘sogno’, anzi un diritto, del tutto legittimo e, a parte le violente resistenze di Madrid, non si capisce perché l’Onu, l’Unione europea, Angela Merkel e altri soggetti politici si oppongano all’indipendentismo catalano senza avere alcun diritto di mettervi il becco.

Non facciamo altro che parlare di democrazia, del potere sovrano del popolo ma quando la volontà popolare si manifesta nella sua forma più limpida che è quella della democrazia diretta, e non della democrazia rappresentativa, troviamo qualsiasi pretesto per aggirarla e annullarla. ‘Populismo’ è l’aggettivo più usato per svilire e bollare qualsiasi tentativo che si opponga al sistema e al dominio di ‘lorsignori’, politici, economici, finanziari, di tutto il mondo. E allora diciamolo una volta per tutte: la democrazia non esiste, è un imbroglio, una Fata Morgana che svanisce appena mette in pericolo il dominio dei Signori della Terra.

Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2017

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Lombardo-veneti e catalani: trova tu la differenza.

Basterebbe ascoltare El Gato Montes, la musica che accompagna l’ingresso scalpitante del toro nell’arena, per capire che gli spagnoli, catalani e non, hanno un temperamento focoso. La partita fra Spagna e Catalogna, fra Madrid e Barcellona, fra Real e Barca, fra Sergio Ramos e Gerard Piqué, non si concluderà con un pareggio.

L’indipendentismo catalano è stato bollato come un romanticismo puerile, fuor da ogni logica, ma nella vita degli uomini e dei popoli, a volte, emergono e straripano delle passioni e dei sentimenti profondi che vanno oltre la fredda razionalità. Testimone ne è Piqué, il centrale del Barca, ricco e famoso, che da questa situazione ha solo da perdere eppure è uno dei più fieri sostenitori dell’indipendentismo catalano.

Mariano Rajoy può ben minacciare di destituzione il comandante dei Mossos, la sindaca di Barcellona e tutti gli altri sindaci che domenica hanno aperto le porte ai seggi elettorali, e lo stesso Presidente della Catalogna, Puigdemont, ma se costoro, con l’appoggio della popolazione o di gran parte di essa, non ne riconoscono più l’autorità le sue scomuniche cadono nel vuoto.

Se le polizie delle due parti contrapposte, la Guardia Civil e i Mossos che dispongono di 17 mila uomini ben armati ed equipaggiati in funzione antijihadista, arrivassero a scontrarsi apertamente –ed è già mancato un pelo che ciò accadesse, tanto che Puigdemont ha chiesto che la polizia di Madrid lasci la Catalogna- si aprirebbe in terra di Spagna una sanguinosa guerra civile, non diversa, se non nelle dimensioni, da quella che nel 1936-1939 vide battersi gli uni contro gli altri i franchisti e i repubblicani. E come allora, anche se con diversi interpreti, potrebbero accorrere in terra di Spagna, questa volta in difesa della Catalogna e non della Repubblica, altri indipendentisti, non solo spagnoli, baschi, galiziani, ma anche scozzesi, gallesi, corsi, fiamminghi, slesiani, frisi e di regioni europee che si sentono oppresse dai rispettivi Stati centrali. Una sorta di ‘Union sacrée’ fra gli indipendentisti continentali in difesa di ideali e sentimenti comuni.

L’Unione europea non ha nulla da temere dalla secessione della Catalogna perché gli indipendentisti catalani hanno dichiarato di voler restare, senza se e senza ma, nella UE. E quindi giustamente nei primi giorni Bruxelles è stata silente considerando l’indipendentismo catalano una questione interna allo Stato spagnolo. Ma poiché questo silenzio è stato aspramente rimproverato da più parti adesso l’Unione europea ha preso apertamente posizione a favore del governo di Madrid. Se questa intromissione dovesse permanere, non limitandosi a dichiarazioni ma magari aggiungendovi sanzioni o invio di navi, si riproporrebbe, questa volta su larga scala, lo scontro fra centralismo autoritario e regionalismi. Allora sì si arriverebbe allo sgretolamento dell’Europa.

In ogni caso non si illudano gli autonomisti nostrani, divisi fra ‘sovranisti’ e indipendentisti, di entrare in questa partita, qualsiasi piega prenda. Ci fu un momento della prima Lega, allora fortemente secessionista, in cui Umberto Bossi minacciò di estrarre dalle fondine le pistole. Dalle fondine i leghisti, e più in generale gli italiani, possono tirar fuori solo i loro smartphone. E basterebbero le melensaggini e la lagnosità delle nostre canzoni, con maschi eternamente imploranti, così lontane dall’ardore di El Gato Montes, per farci capire che non abbiamo le palle.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2017

Pensioni

La Corte dei Conti: non toccare legge Fornero!

Ma allora tocchiamo le pensioni d’oro di lor signori, gli stipendi dei manager pubblici, gli stipendi RAI, i vitalizi e gli stipendi dei parlamentari, dei ministri, dei presidenti, consiglieri e assessori regionali, dei manager della sanità pubblica, gli stipendi delle baronie universitarie e delle baronie dell’alta magistratura, delle alte corti e chi più ne ha, più ne metta!

È una vergogna e poco dignitoso far lavorare una persona di 65, 66 o 67 anni di età, anche con lavori pesanti, fino ad arrivare a oltre 70 anni di età, soprattutto se donna!

Ma è deleterio anche per tanti giovani laureati e diplomati in cerca di lavoro con tutte le loro fresche energie, idee e voglia di crescere, di realizzarsi, con voglia di formarsi una famiglia, costruirsi una casa e contribuire, così, alla serenità di questa nostra società italiana sempre più in difficoltà, ma governata da persone, di ogni ordine e grado, sempre più egoiste e sempre più malate!

Basta maltrattamenti!

Le riforme, i numeri e i sacrifici non possono riguardare solo i cittadini salvaguardando governanti e gli stessi uomini delle pubbliche istituzioni!

C’è bisogno di più giustizia sociale!

PGS

San Giovanni in Fiore – Consiglio comunale: l’inutilità dei GAL.

Di Meetup M5S SGF

L’altro ieri, giorno 29 settembre 2017, si è svolto un consiglio comunale in cui erano assenti alcuni consiglieri: uno dell’opposizione, Antonio Lopez, e altri dei quali non si comprendono i motivi della loro assenza. Sì, perché questi ultimi, a seconda della loro convenienza, stanno con un piede nella maggioranza e con l’altro in una finta opposizione.

Ma non è su questo che vogliamo soffermarci.

Nel consiglio si è parlato anche di GAL.

Molti cittadini, purtroppo ancora, non sanno cosa siano questi GAL, e per questo vogliamo porre l’accento su questa lode continua dei GAL, strumenti di azione integrata tra pubblico-datore di denaro e privato-prenditore con l’avallo della politica.

Bisogna ricordare che le regioni, per risparmiare, si diceva, qualche soldo pubblico, hanno chiuso le comunità montane. In realtà, invece, nel tempo, sono nati, con strani nomi, tanti enti inutili, tra cui i GAL, tutti rappresentati da sedicenti politici ed affiliati, che strafanno nei consigli e nelle giunte comunali.

Questi “strani soggetti”, i GAL, prendono soldi pubblici ed organizzano clientele. Essi si occupano, in realtà, delle stesse problematiche: turismo, tarantelle, vino, sagre, e cose del genere, di cui si occupano anche altri enti: Ente Parco, Comuni, Province, Regioni, Proloco, enti per il turismo, e tanti altri.

Questi GAL, in realtà, sebbene abbiano dei finanziamenti pubblici di milioni di euro, non hanno fatto mai nulla di nulla. Qualcuno ha mai visto qualcosa? Fanno qualche giornalino e sito web, cosette inutili, che dànno lavoro a qualche scrittorucolo legato ai gruppi dirigenti locali; qualche iniziativa promo-culturale di dubbia efficacia, ma di grande costo; qualche attività di distribuzione clientelare di piccoli incarichi-elemosina (ma si sa che il sistema regione regge anche su queste questue istituzionalizzate) e cosette simili.

Questi GAL, in definitiva, non sono altro che l’ennesima dissipazione di fondi pubblici altrimenti e più efficacemente spendibili.

Sono enti inutili in cui si consuma la continuazione del clientelismo ramificato che come una metastasi pervade il tessuto connettivo dei nostri territori regionali.

Sono tutti “poltronifici” e servono solo per permettere alla casta di spartirsi soldi e potere.

Questi GAL, questi “soggetti inutili”, che assorbono soldi pubblici e strutturano il potere politico clientelare di tanti soggetti rappresentanti i partiti politici e la vecchia politica, andrebbero semplicemente soppressi!

Sanità San Giovanni in Fiore

Bene la convocazione di un Consiglio Comunale, qui a San Giovanni in Fiore, per il 13 ottobre prossimo, per discutere sull’inesistente servizio sanitario nella nostra comunità.

Diciamo soltanto che non c’era proprio bisogno di convocare un Consiglio Comunale a Catanzaro solo per decidere, poi, la convocazione di un ulteriore Consiglio per il prossimo ottobre nella sua sede naturale.

Speriamo, tuttavia, che i costi di tale inutile passeggiata non siano a carico della già disastrata contabilità comunale e di conseguenza a carico di tutti noi cittadini.

Auspichiamo, infine, che da questo prossimo Consiglio sulla sanità sangiovannese, a prescindere dalla presenza o meno di burocrati, dirigenti e figuri vari regionali, possa uscire una richiesta unanime, e quando diciamo unanime intendiamo di tutta la comunità, senza distinzioni di colori politici, interessi e combriccole varie, con risposte concrete, e con nero su bianco da parte di eventuali presenze regionali e commissariali, per la tutela reale, seria, efficace, efficiente e determinata dei nostri diritti alla salute sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.

Se ciò non dovesse accadere, riteniamo che tutti insieme, tutta la comunità, tutte le forze politiche, sociali, sanitarie, civili ed economiche, dovremo intraprendere iniziative comuni affinché il nostro diritto alla salute, il diritto alla salute della comunità sangiovannese e non solo, sia concretamente garantito!

Meetup M5S SGF